Un gesto che apre al mistero

Centocinquanta associazioni in tutta Italia. E decine di migliaia di assistiti che ogni settimana ricevono un pacco di viveri. Ma in questo modo di rispondere a un bisogno (reso ancora più acuto dalla crisi) c’è molto di più di una ricetta che funziona. Ci sono rapporti, amicizie, umanità.
E cinquemila persone che, attraverso la caritativa, imparano assieme a chi viene aiutato l’unica, vera legge della vita

di Stefano Filippi

Negli innumerevoli siti internet dei Banchi di Solidarietà (Bds) sparsi in tutta Italia campeggia lo slogan comune: “Condividere i bisogni per condividere il senso della vita”. Frase semplice, come è semplice tutto nell’attività dei Banchi. La gente ha fame, le si porta il pacco. Il pacco di cibo. Se si può, la si incontra.
Nessuna struttura, nessun discorso, a volte nemmeno un grazie, e non è un modo di dire. A Trento due persone ogni due settimane si ostinano a bussare a una porta che non si apre mai. Una voce da dentro urla: «Lasciate il pacco e via». I due depositano e se ne vanno, succede così da tre anni. È ragionevole? No, se lo scopo è sentirsi dire: «Bravi, grazie». O fare assistenza. O anche allacciare un rapporto. Perché uno al quale porti da mangiare non ti guarda neppure in faccia? Mistero. Ecco. Il Banco è un gesto che apre al mistero. Non c’è altra ragione.
Negli ultimi anni il Bds è diventato uno dei modi più semplici con cui tanti hanno ricominciato a fare
caritativa (uno dei gesti essenziali nel percorso educativo di Cl, ndr). «L’educazione alla carità è l’unico nostro scopo, questa è un’opera che vive della pura carità», dice Andrea Franchi, il presidente della Federazione nazionale dei Banchi. Il metodo è altrettanto essenziale: a due a due si va nelle case a portare il pacco di alimenti. «In due ci si richiama al motivo del gesto», spiega Franchi. Un sistema inventato in Palestina duemila anni fa. «Io ho conosciuto il Banco di Solidarietà su invito di alcune famiglie di Abbiategrasso, il paese dove ero andato ad abitare», racconta, «e ancora adesso non mollo il mio gesto personale di consegnare il pacco in una cascina a Fallavecchia di Morimondo. Mi ricorda che il primo bisognoso sono io, e che davanti ho un uomo nel quale mi viene incontro il Mistero. E dobbiamo ripetercelo, perché ce ne dimentichiamo continuamente».
I Banchi sono nati una decina d’anni fa per aiutare persone sole, disoccupate, malate, genitori separati, immigrati. Le statistiche sulla povertà e le inchieste sulle famiglie che non arrivano a fine mese non erano drammatiche come oggi: ma il punto di partenza non è stato un’analisi sul crollo del potere d’acquisto. C’era gente che aveva bisogno e altra gente che se n’è accorta e ha pensato di rispondervi come possibile. Borse della spesa più piene, il sostegno degli amici, l’aiuto del Banco alimentare (qualcuno ha aperto un Bds per continuare l’esperienza di carità vissuta nella Colletta di fine novembre), e oggi una rete di 150 realtà in tutta Italia, con circa cinquemila volontari e decine di migliaia di assistiti. L’incremento maggiore è avvenuto negli ultimi tre-quattro anni.

Educazione di popolo
Riecheggiano le parole di don Giussani dopo la strage di Nassirya: «Se ci fosse un’educazione di popolo tutti starebbero meglio». I Bds sono opere in cui questa educazione popolare sta riprendendo. E ricomincia tra chi li fa, prima che tra chi riceve. Due sposini di Matera volevano cominciare la loro vita assieme fissando un gesto di carità. Avevano chiesto informazioni alla federazione. Qualche giorno dopo, invece che la copia dello statuto sul fax, si sono trovati a casa Franchi e un suo amico venuti da Milano. «I Banchi non sono discorsi sulla povertà, ma un incontro, rapporti reali, la testimonianza di come la carità cambia la vita».
Adesso a Matera c’è un’associazione e tanti volontari coinvolti.
Scattano mille novità, davanti al bisogno che cresce e all’approfondirsi della coscienza del Banco. Raccolte di alimenti nei quartieri e nelle parrocchie, coinvolgimento dei vicini di casa, rapporti con associazioni già attive da tempo. Sono nate le “Famiglie solidali”: nuclei che si impegnano stabilmente a rifornire i Banchi recuperando cibo, sprecando meno, facendo una spesa più abbondante. La carità che cambia la vita arriva a intaccare portafoglio e abitudini, analogamente al fondo comune: l’importante non sono i chili di pasta, ma essere seri con l’impegno preso. È nata anche la “settimana del Donacibo”, iniziativa dedicata alle scuole nella terza settimana di Quaresima, con i volontari che ai ragazzi parlano prima di tutto di sé, e poi del Banco.

Illusioni e povertà
Questo è l’aspetto che colpisce di più. Parlare di sé significa dire ciò che muove: «In questa esperienza si capisce cos’è la carità: il fatto che la risposta al desiderio di felicità è una presenza carnale che mi abbraccia. Gesù». Non c’è titubanza a dire questo nome, non c’è dualismo tra questo Gesù e la realtà. Perché il Mistero opera davvero. Le storie sono innumerevoli.
In una città dell’Adriatico due signore per anni hanno portato il pacco a una donna musulmana che passa più tempo in ospedale che a casa propria perché uno dei figli soffre di una grave malattia. Un giorno si sono sentite dire da questa mamma: «Abbiamo deciso di chiedere il Battesimo per i nostri tre figli. Se Gesù è il motivo per cui ci volete così bene, dev’essere così bello che lo desideriamo anche per loro».
A Como è stato il provveditore a raccomandare a tutte le scuole il Donacibo, ma non c’era gente a
sufficienza per coprire ogni istituto. Così uno dei volontari, il Marco, chiede una mano a un vicino di casa, il Gianluca. I due girano per le classi, spiegano, raccontano. Al ritorno, in auto, il Marco si accorge che il Gianluca piange in silenzio. «Che succede?». «Eh, quando ti ha chiamato il dirigente scolastico sono rimasto con una maestra che mi ha aggredito: diceva che siamo degli illusi, che la povertà non si combatte così, che bisogna ridurre il debito del Terzo mondo, che la Chiesa è ricca da fare schifo, che ci vuole la lotta di classe e noi buttiamo il nostro tempo». «È per questo che sei triste?». «Ma io non sono triste, piango di gioia». «Di gioia?». «Sì, perché quando mi ha chiesto chi me lo faceva fare, le ho risposto: perché sono cristiano. Per la prima volta nella mia vita ho detto chi ero». Quel sì al Donacibo, quel gesto di carità ha cambiato la vita del Gianluca. E anche del Marco.
A Siracusa una mamma ha preso in affido pomeridiano il figlio della famiglia cui portava il pacco. Volevano bocciarlo. «Lo lasci venire a casa mia, studierà con i miei ragazzi». Una, due, tre volte, poi tutti i pomeriggi fino alla fine della scuola. È stato promosso. A Bari il Banco è iniziato per assistere una persona con quattro figli, un lavoro precario e una storia personale drammatica: ora questa persona ha iniziato a fare la Scuola di comunità ed è il protagonista del Bds locale. Elsi vive a Como, è sudamericana, sola, e aspetta un bambino.
La Caritas la indirizza al Banco. «Hanno cominciato portandomi il pacco, ma soprattutto mi ascoltavano e mi aiutavano a uscire dalla grave difficoltà in cui mi trovavo, perché dovevo scegliere se abortire o tenermi mia figlia». Oggi Elsi di figli ne ha due e partecipa regolarmente alla Scuola di comunità: «Voglio stare con voi per capire meglio». A Pesaro la signora assistita da Miriam è stupita dal metodo di don Giussani e ogni volta ripete: «La carità si può fare in tanti modi, ma il vostro è diverso. La sera, quando preparo la camomilla per le mie nipotine, mi accorgo che quella bustina gialla è il segno del Mistero». La camomilla infilata nel pacco del Banco.
«Il grande vantaggio di fare il presidente è di venire a contatto con tanta gente così» sorride Andrea Franchi.
«Non è che sono tutte rose e fiori, ma il metodo è chiaro: sei tu di fronte a un’altra persona. C’è chi fatica a parlare, chi è preso dall’imbarazzo, chi si limita a offrire un caffè; c’è quello che se gli porti un pacco te ne chiede due. Tutta gente con alle spalle storie tormentate. Se pensi di poter essere tu quello che risponde al loro bisogno, devi cambiare subito idea. Il Banco non è un modo per fare assistenza, ma persone che si coinvolgono con altre persone, un rapporto che scatta da un interesse umano e costringe ad andare alla radice del bisogno».
Altro che tessere…
È il giudizio da cui si è partiti per rispondere a una consultazione dell’Unione Europea sulle modalità di aiuto ai poveri. Bruxelles potrebbe decidere di passare dagli aiuti alimentari a strumenti come i voucher (buoni acquisto) o tessere prepagate a scalare. Il metodo dell’assistenzialismo prevarrebbe su quello della condivisione e del coinvolgimento popolare. «Gli aiuti giunti attraverso il Ministero delle Politiche agricole – dice don Mauro Inzoli, presidente della Fondazione Banco alimentare – non sono stati solo la risposta a un bisogno, ma un evento che ha provocato nel nostro popolo una trama di amicizie che ha coinvolto milioni di persone. E la condivisione moltiplica il valore di un semplice trasferimento in denaro. Per questo desideriamo che continui quello che è stato fatto in questi anni».